Lascio che sia.

Posted on 24 settembre 2011

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Il tempo scorre e, da quando ho smesso di oppormi all’inevitabile evoluzione delle cose, mi sembra abbia iniziato a farlo più velocemente. Rubo sempre più silenzio, sono sempre più incline alla solitudine, qualcuno la chiama guarigione, altri depressione, per me è solo pace. In genere mi muovo molto, cammino da un punto all’altro delle città in cui vivo, delle case che occupo, faccio tutte quelle cose che devono essere fatte e con questo mi riferisco a quelle piccole azioni quotidiane che ci rendono tutti, chi più chi meno, in forme eterogenee, simili: la spesa, la cucina, le pulizie, la lavatrice, il lavoro, la doccia, il sonno, le chiacchiere inevitabili, gli inviti, le telefonate, ricordarsi di buttar via la spazzatura, non buttarla.
Poi, ogni tanto, mi fermo e penso a ciò che voglio e allora mi ricordo di scrivere. Come unico modo e forma impellente, non di comunicare, ma di vivere. Ciascuno ha il suo modo di adattarsi al mondo e il mio è questo. E negli anni ho lasciato che anche questa cosa si evolvesse, cambiasse, crescesse, dentro e fuori di me, assumesse nuove forme, si muovesse, avanti e indietro, dalla carta al pc, dalla penna alla tastiera. Lascio che rubi spazio alle persone, all’attività, sto imparando ad assecondarne i gesti, ad appagarne le necessità. Cedo terreno concedendole sempre più pensieri e, infatti, mi accorgo che mi addormento quasi sempre con qualche idea nuova da buttar giù il giorno dopo, anche se poi sparisce appena il sonno vince.
Da quando lascio che sia, da quando ho iniziato a perdere, non c’è più felicità, ma, indubbbiamente, c’è più sollievo.

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