La macchia.

Posted on 17 ottobre 2011

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Stavamo seduti uno di fronte all’altro, al bancone del bar. Chiacchieravamo e sorseggiavamo le nostre bevande e mangiavamo, entrambi dallo stesso piatto, la porzione di funghi ripieni di aglio, prezzemolo e prosciutto, ordinati tra i numerosi piatti esposti in bella mostra nelle vetrine del bancone e descritti con precisione e costo sulle lavagne appese alle mura tutt’intorno a noi.
E niente. Eravamo lì seduti a goderci la chiacchiera, le stupidaggini e quei bei funghi finché lui, con uno di quei movimenti goffi e senza controllo che lo caratterizzano, ha fatto volare via dalla sua forchetta quel mezzo fungo che, inevitabile come la forza di gravità che ci tiene attaccati a questa terra non più tanto benedetta dai cieli, è caduto al suolo.
Ma non subito. Ecco, perché tra la forchetta e il suolo c’è tutto un mondo di mezzo che è fatto di aria, braccia, gambe, sgabelli e vestiti, quelli indossati e quelli appesi ai chiodi che da queste parti pendono sotto al bancone, generosa attenzione del gestore ai suoi clienti. E infatti, quel mezzo fungo volante, ha fatto una serie di rimbalzi e salti prima di toccare terra: ha macchiato i jeans di lui, i miei, sfiorato appena la mia giacca appesa.

Ho abbassato lo sguardo sulle mie gambe accavallate, ho visto la macchia e sono successe due cose, diverse tra loro ma provenienti dallo stesso sentire: il sangue della terra d’origine.
E infatti, dapprima ho inveito in napoletano, con sommo sconcerto dei miei concittadini spagnoli, e poi, dopo aver visto la macchia grossa, d’olio in espansione e penetrazione, ho pensato, d’istinto immediato che mi manca la mia mamma.

Ecco, uno non lo direbbe che ormai a 25 anni, un lavoro, una casa, un conto in banca, un compagno, ecco, uno non lo direbbe e invece è così: che basta una macchia su un paio di jeans a farti venir voglia di avere con te la mamma.

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