Eppur si muove.

Posted on 11 dicembre 2011

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Quando non ti viene niente in mente, l’importante è inizare a battere le dita sulla tastiera, a caso, copiando, divagando, unendo parole a parole, anche se non c’entrano niente le une con le altre.

La prima stesura è l’istinto, la seconda è la testa, la terza è la decorazione e la scelta, la quarta la evito perché sennò non la finisco più e resto lì a cambiare parole, frasi, tempi verbali, congiunzioni, senza mettere mai un punto, quello centrale e definitivo da cui, paradossalmente, tutto il processo ha origine: il punto e basta.

E adesso, dopo le prime righe, la mano si ferma, gli occhi si spostano per un secondo sullo schermo, sulla pagina quasi per intero ancora bianca e l’angoscia dell’assenza di linee scritte prende il sopravvento ed è per questo, che prima di essere vinta, riabasso gli occhi sulla tastiera e ricomincio a battere, per impedire al vuoto di riempire lo spazio e lasciare che le lettere, incatenate in un cammino invisibile, sostituiscano il niente.

Scrivere, dovrebbe essere naturale ma quando senti che è troppo che sei fermo è meglio dargli una spintarella, ingannare l’attesa della fiammella che generalmente viene fuori naturale con giochetti futili, come questo.
Poi, bisogna ammetterlo, non c’è proprio nessun rumore al mondo che valga quanto quello che fanno le mie dita, a volte lente, altre più svelte, sui questi tasti neri.
È il segno che qualcosa si muove, anche quando sei fermo da sempre.

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