Parole a caso di casi e G.

Posted on 25 settembre 2012

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Mi sembra che di notte le idee siano un po’ più chiare, il sonno non appanna: illumina.
Mi sembra che a sbagliare si migliora e a non avere si cerca e a provare, quasi sempre, si fallisce.
Poi, ogni tanto, invece no.

Vediamo dove ci porta il nuovo anno e queste cose nuove che ho da fare e questa strada lunga da percorrere. Vediamo se per un po’ raccolgo cose da scrivere e ne faccio un bel quadro da dedicare solo a lui che non è mai troppo lontano e sta crescendo e sa parlare e si siede lì di fronte e mi chiede “come stai?” e capisco che è già grande e questo, poi, un po’ mi confonde e allora chiudo forte gli occhi e spero che gli arrivi per davvero tutto l’amore che sento che non sembra mai abbastanza e non serve, sì, lo so, a colmare la distanza.

Non lo sa, ché ha solo 3 anni e mezzo ed è normale non sapere certe cose a quell’età, che quando si riferisce a me usa, come i latini, i casi per distinguere le funzioni del parlare: lo ringrazio per avermi non soltanto al nominativo ma al vocativo che, io credo, è il caso più importante perché è quello dello stendersi e invocare, con la voce di aria e corde.

È per questo che io voglio che conservi quel mio nome che usa soltanto lui: che con tutto questo spazio c’è bisogno di clamore per restarsene abbracciati.

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