Quel che fa l’appartenersi.

Posted on 28 settembre 2012

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C’eravamo persi e non sapevamo dove andare. Avevamo camminato così, senza meta, perché troppo presi dalle chiacchiere che stavamo facendo, necessarie a colmare la distanza di anni e chilometri che ci aveva separati negli ultimi 4 anni e mezzo.

Un abbraccio spontaneo, un po’ imbarazzante all’inizio, come quando non sai dove mettere mani, gambe, pance nell’incastro di due corpi, un tempo familiari l’uno all’altro, adesso, scherzi del tempo, estranei e distinti. Ma l’imbarazzo dura poco se due pezzi sono per natura destinati all’incastro.
Dopo quell’abbraccio e i due baci sulle guance, il secondo un po’ più lungo e intenso del primo, appena percettibile solo da noi coinvolti nel rito formale e di buona creanza, ecco, dopo tutto questo c’era stato un lento accomodarsi sulle sedie, l’una di fronte all’altro a quel tavolino che ci aveva accolti così tante volte in tanti anni.
Le mani, faticavano a staccarsi e infatti non l’hanno fatto nell’atto di accomodarsi dei corpi, quasi fossero parti aliene, autonome, con coscienza propria: si sono accomodate, anche loro, incastrate a coppia sul tavolo lungo la verticale formata dalle braccia tese. Son rimaste lì per tutto il tempo necessario a stare bene.
Poi le parole, a cascate. Le risate a ripercorrere gli aneddoti del passato. I gesti che tornavano familiari e infatti, dio, come è sempre uguale il suono del tuo ridere di labbra e denti spalancati e sì, ancora gioco con i miei orecchini disposti in triplice sequenza sull’orecchio destro quando parlo e mi concentro, quando ascolto e non so cosa dire.

Poi le gambe hanno scelto di muoversi e hanno preso il sopravvento, senza che le bocche e gli occhi ne avessero il minimo fastidio, senza arrecare danno al racconto rinnovato: se l’acqua scorre da diventare cascata, hai voglia a costruire dighe, non la fermi.

Alle 4 del mattino ci siamo fermati in mezzo a una spianata deserta d’improvviso e non sapevamo dove fosse quel luogo di nulla in mezzo alla città che meglio conoscevamo al mondo, quella che ci aveva partorito.
Cosa non può fare l’amore ritrovato.
Ci siamo guardati, dapprima smarriti, e spaventati anche, ignari del tutto sul come e dove e quale direzione prendere per tornare indietro. Lo stupore reciproco nel riflettersi sui volti si è fatto, automaticamente, esilarante e siamo scoppiati a ridere, ridere fino alle lacrime, finché il respiro non ci ha costretti alla calma. Allora ci siamo fermati, le mani, dalla pancia, hanno percorso la strada che le ha condotte agli occhi per asciugare le lacrime di gioia e gli occhi, infine, hanno incrociato gli sguardi.

Chissà perché non ce la aspettiamo mai, la felicità.

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