Domande ormai inutili.

Posted on 12 ottobre 2012

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Cosa mai non ho potuto darti da non riuscire a tenerti avvinghiata alle mie carni, cosa avrei dovuto fare? Ridere? Non son capace e non mi è mai venuto bene, per giunta: mi viene fuori sempre quella smorfia lì che è tutta finta, tutta falsa, tutta storta e troppo lontana dal sorriso.

Cosa mai non ho potuto fare per fare in modo che non te ne andassi via che io ancora me li ricordo i tuoi passi veloci, ancora sento nelle orecchie lo scalpiccio dei tacchi inquieti farsi sempre più distante e opaco come le mie voglie di neonato sulla pelle.

Cosa mai non ho potuto dire. Cosa è stato?

Pensavo che i gesti, tutti insieme, bastassero a tenere due esseri unificati nell’unico, grande, eterno gioco di compagnia reciproca. Mi sbagliavo: non è l’insieme che conta, ma la singola unità e poi, ma solo dopo, molto dopo, quando davvero non si è più solo catena di movimenti, solo allora che si è marea eterna, onde incessanti che non son diverse ma son sempre la stessa e sola che va avanti e indietro, ecco, solo allora è l’insieme che conta e che, poi, lo sai, non è umano, non è mai del mondo questo che abitiamo.

È per questo che ho capito che un momento di distrazione, di debolezza, di poca voglia, di sbadataggine, bastano all’essere umano per consumare il buono in un soffio di vento.

Qual è stato, dimmi, ti prego, quel gesto che ti ha scucita dal lembo di carne che ero io?

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