Il bravo oratore.

Posted on 19 dicembre 2012

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Se ne stava lì in piedi, tutto preso dalle sue parole e dalla platea di persone che lo fissava incantata con le mascelle spalancate, le orecchie tese a non perdersi nulla del suo vibrare di corde lungo la gola.

La gente pendeva dalle sue labbra ogni volta che il bravo oratore esprimeva anche solo una minima idea, pensiero stupido, commento superfluo e qualsiasi. Aveva da sempre avuto questa cosa, un’innata capacità nel captare l’attenzione in un istante, ammaliare, farsi davvero ascoltare.
Carisma. Certamente superiore ad una bellezza poco invadente e, agli occhi distratti, impercettibile.

Se ne stava lì in piedi, con le sue braccia aperte, le mani gesticolanti a seguire il ritmo del discorso. Guidava gli occhi ad abbracciare intero il corpo del suo pubblico, come ogni buon oratore deve fare: guardare tutti senza guardare nessuno.
Un rumore lo distrasse appena: la porta che si apriva per accogliere un astante ritardatario.

Ed ecco, gesto insapettato, che i suoi occhi da bravo conferenziante cieco videro per la prima volta qualcuno in quella sala, riconoscendone le forme note d’immediato.

L’emozione percorse il suo corpo, sentì le guance farsi fuoco e benedisse le luci spente e il proiettore poco luminoso. Ma un bravo oratore non lascia spazio ai sentimenti, al panico, all’inaspettato impatto con le consueguenze dell’amore. Un bravo oratore resta tranquillo, lascia che il turbine di follia gli passi attraverso senza lasciare tracce; ecco, forse soltanto un secondo impercettibile di pausa nel fluire del discorso; ecco, forse giusto quel lieve rompersi della voce; ecco, forse appena un tremare di mani subito domate.

Un bravo oratore respira, redarguisce lo sguardo riportandolo alla cecità prestabilita, procede come un automa lungo la strada che ha visibile dinanzi a sé, lastricata di parole, tempi e contenuti.

Un bravo oratore non riesce mai a dire ciò che pensa.

Non conosce il sapore di parole d’amore e infatti, spesso, prende in prestito i versi altrui per sopperire all’immobile terrore del cuore e della lingua.

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