Rigurgiti.

Posted on 15 gennaio 2013

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Le mancavano le parole e allora se ne rimaneva seduta ad aspettare che qualche vocale o consonante persa, chissà dove, chissà quando, da qualcuno chissà come, caduta a precipizio dalle tasche, o forse dalle mani, dal labbro superiore, dallo sguardo disattento; che qualche suono estremo e inevitabile le passasse poi sotto le scarpe per arrampicarsi su, lanciarsi nella gola e venire, perché no, rivomitato nuovo dalla lingua.

A volte le attese sono vane. Ma poi lo vide, in distratto vagare della mente, mai del cuore, quel giro di linee chiuse a vortice, infinito e costante, su loro stesse.

Allungò una mano poco convinta ma mai in tremito, e raccolse quei fili di ossigeno e spazio, li sciolse con le dita sottili da pianista mancata, con cura e devozione se li dispose sulle gambe per dare loro un senso nuovo, armonico, più adatto.

Quando fu soddisfatta della composizione di suoni e idee, ripiegò con cura quella nuova, lunghissima, infinita catena e se la risucchiò come uno spaghetto eterno, etereo, indigesto che, appena affonda tutto giù, ritorna su.

Non c’è fame o stomaco di ferro a incatenare in fondo all’animo il grido disperato che ha trovato via d’uscita e semantica reale.

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