Migranti.

Posted on 15 marzo 2013

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Il vento mi colpisce la faccia con forza e consistenza di gelo.
Sono gli schiaffi più belli che abbia mai ricevuto: dolorosi e reali.
Mi sono voltata appena, per un secondo ho ceduto alla tentazione di scansare la faccia, ripararmi le guance, chiudere gli occhi. Quel gesto appena accennato mi ha consentito di vedere il tuo profilo di corsa.

Dicono che adesso vai via, che sei stanco e deluso. Dicono che te ne vai per altre vie, altri mari, altri soli. Dicono che adesso, un minuto che manco mi basta a pensarlo, un momento finito, infinito, vai via.

Quando il vento smette di farmi la lotta, mi accorgo che oggi, tal’è, è uscito il sole. La strada è tranquilla a quest’ora pomeridiana in cui il mondo riposa il pranzo ed io invece percorro il tempo andando a lavoro. Nella strada muta della controra costeggio il fiume ad occhi chiusi, facendo finta di non averceli proprio, occhi, pupille, ciglia e palpebre, e sfido me stessa vedendo se posso, che posso, percorrere un po’ di metri in direzione fissa e diretta.
Lo stato di cecità mi provoca vertigini e senso di vuoto, quindi apro gli occhi: la fallibilità del mio essere umana mi sfianca.

Dicono che sei molto impegnato a impacchettarti la vita, i pensieri e i tuoi stracci. Dicono che salti di braccia in braccia nel tentativo di un saluto che sia degno dell’amore e l’affetto. Dicono, forse, che hai pianto, che piangi.

Quello che penso è che molto spesso, anche sola e distante, mi basta un odore, un rumore e un sentire. E mi sento a casa perché sono nomade e quindi ho imparato a tenerla, la casa, piegata e rinchiusa in fondo allo stomaco che è l’unico organo a cui presto attenzione.

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