Veri.

Posted on 7 aprile 2013

81


Ieri è successa una bella cosa.
Una di quelle cose che se ci pensi non ti sembra vero: ti guardi intorno e non è cambiato niente, effettivamente; non c’è una foto, un foglio scritto, un segno da qualche parte tangibile e concreto.

Ieri era una giornata un po’ triste, una giornata di saluti e partenze e lacrime trattenute, come sempre, come ad ogni passaggio veloce. Un’altra giornata di viaggi che si somma a quel cumulo crescente che scandisce la mia vita da ormai 7 anni a questa parte.

Ieri G. mi ha dato un bacio fuori all’aeroporto. Sono stata brava e non ho pianto.

Check-in. Maledizioni varie e solite contro le compagnie aeree. Pensieri strani circa tutta ‘sta tecnologia che hanno messo a Capodichino: Autodafè, qui a Napoli? Scherziamo?
Repubblica, Dylan Dog per M. e giro libri: nessun acquisto che ne ho già tre nuovi in valigia e uno con me in borsa. Gate A06. Imbarco in anticipo, per fortuna perché lo scalo è minimo e restare a Fiumicino non è certo la migliore prospettiva. Controllo biglietto mentre mi squilla il telefono: “Mà, tutto bene, stiamo aspettando che ci facciano salire”.
Ci vuole un po’ di tempo ancora e allora, và, mi siedo in quest’ennesima area di attesa: mi sono accorta in questi anni, con stupore, che la gente prende gli aerei quasi sempre in solitaria, soprattutto io.
Una signora piccolina accanto a me parla a telefono: “Domani non posso venire a pranzo da te però ci vediamo che ho comprato delle cose buone… si, arrivo tardi: all’andata c’era il diretto da Genova ma al ritorno ci fanno fare scalo a Roma”.
A quelle parole mi distraggo e penso che probabilmente nessuno dei miei compagni di viaggio è diretto davvero a Roma, d’altronde, solo chi fa scalo prende un aereo da Napoli per andare a Fiumicino. C’è chi va a Treviso, chi a Milano, chi a Madrid, chi a Genova, pure, chissà che anche… e mentre ci penso mi volto e vedo un uomo in fondo alla sala. Lo guardo molto sperando mi guardi anche lui perché magari se mi riconosce allora vuol dire che è davvero lui e però lui mi guarda e non mi riconosce quindi niente. Mi alzo lo stesso e muovo nella sua direzione. Poggio la borsa su un sedile, mi infilo il cappotto ed ecco, siamo in fila uno di fianco all’altro e mi tremano un po’ le mani dall’emozione e allora è lui, per forza. Troppa timidezza mi blocca, lo supero. Vado verso la scaletta posteriore dell’aereo: il mio posto è nella fila 29, con la coda dell’occhio vedo che anche lui sceglie la stessa via d’accesso. Le mani mi tremano davvero e me ne accorgo porgendo il biglietto all’assistente di volo “Buongiorno, prego”. Prima di sedermi lo blocco, un po’ senza volerlo, per mettere la borsa nella cappelliera. Lo guardo ma lui non fa un minimo cenno. Mi siedo, prosegue.
Decollo.
Poi un signore si alza per andare in bagno costringendo lui, qualche fila avanti a me, ad alzarsi. Penso che sono una stupida, che sto dando i numeri, che non è lui, non può essere lui, esistono le coincidenze, il destino e che diavolo so io ma questa cosa qui è davvero impossibile. E però mi sembra di star perdendo un’occasione quindi mi alzo, sveglio il signore che dorme accanto a me: non abbiamo tempo che il volo a Roma dura un niente. Vado e gli tocco una spalla, lui si volta e mi guarda.
“Scusi, posso farle una domanda?”
“Certo.”
“Lei lavora in teatro?”
“Si.”
Mi accovaccio a fianco a lui mentre la sua faccia stupisce tutta. “Tu non sai chi sono io, vero?”
“Aspetta…”
“Sash?”
“…”
“Sono cq.”

Ieri è successa una bella cosa.
Una di quelle cose che se ci pensi non ti sembra vero: ti guardi intorno e non è cambiato niente, effettivamente; non c’è una foto, un foglio scritto, un segno da qualche parte tangibile e concreto.

Ma guarda un po’, siamo veri per davvero e prendiamo gli stessi aerei e, a volte, ci riconosciamo nella folla.

Annunci