Donne.

Posted on 3 settembre 2013

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Silenzio scorre in questi ultimi tempi. Silenzio tutto interno di cose che si muovono, cambiano e accadono.

Cara tu, verso cui faccio fatica a muovere i passi, non sai davvero bene quanto io ti pensi, ogni giorno, cercando di capire, di rimontare i pezzi della nostra storia e incolonnarli in una sequenza di fatti, ricordi e parole che io sia capace di riconoscere accaduta nel reale, a cui sia capace di dare un’evidenza razionale. Cara tu, che ho perso, senza farlo a posta, o forse si. Forse tu puoi raccontarmi, meglio e linearmente cosa è stato e come è mai possibile ritrovarsi, a un certo punto, così distanti e sconosciute.

Cara tu, l’altra che ne ha preso il posto e il cuore, con tempi lunghi e inaspettati, adesso non vorrei perdere anche te eppure, mi conosci, stento a tenerti incollata alle pareti del mio essere, ti lascio allontanare.

Cara tu, gemella nel sentire e inaspettatamente madre: come stai?

Cosa ti affanni a fare per capire o recuperare o, soltanto, restituire senso a eventi e gesti?

Cara Claudia,
come è possibile che io non ti abbia, in tutta una vita, mai scritto due parole?
Mi è innaturale volerti bene perché passo l’esistenza a cercare di capirti, di riconoscerti nei gesti che compi e nelle scelte. Faccio fatica a stare dietro ai passi che mi imponi, ai suoni che vengono fuori dalla tua bocca. Faccio fatica a scovare i tuoi desideri. Forse sarà che questa faccia tua la vedo solo nei riflessi, mai dal vivo. Sarà questo non averti mai davanti agli occhi che mi spinge a cercare le possibili realizzazioni di te nel mondo; a domandare agli altri se sei davvero uguale, nella vita, come io posso vederti solo in foto o nello specchio. Mi strazia di te il non identificarmi in ciò che vedo e il non essere riuscita mai a comandarti ed ottenere che tu fossi altro. Ho regalato i tuoi nei a G. che li voleva per sé, se li è scelti uno ad uno, lamentando l’assenza sul suo corpo di quelle macchie che io sento essere infinite invece su di me; ha selezionato i più grandi, quelli dalle forme strane e mi chiedeva di attaccarglieli sulle braccia, il luogo più accessibile al suo sguardo. Io l’ho fatto, glieli ho incollati addosso dicendogli che doveva aver pazienza e che presto sarebbero venuti fuori, magari non tutti perché qualche neo può perdersi fra le pieghe del corpo e non venire mai in supeficie. Li ho amati di più, i tuoi nei, attacandoli a lui.

Forse è un buon punto di partenza, questo, per ricostruire una mappa che, da G., mi conduca a te.

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