La escalera del Regina.

Posted on 1 dicembre 2013

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Avevo proprio 18 anni e me ne stavo seduta su quelle scale la sera: una lattina di birra in una mano e una sigaretta di tabacco Golden Virginia nell’altra. Che strano, davvero non riesco a ricordare la marca della birra, non è da me.

Me ne stetti un mese ferma in quel posto lì del mondo: l’anticamera della mia vita.

Quella sera ricordo di starmene particolarmente allegra, con un po’ di persone  che diventavano nei giorni e nelle ore la mia famiglia, quando arriva questo piccolo gruppo di 4 persone, residenti anch’essi della nostra grande casa. Uno lo conosco, è A., che inseguo con lo sguardo ad ogni passo; gli altri due, W. e P., li ho già visti in giro, per le scale e i corridoi; il quarto non ricordo adesso neppure chi o come fosse. W. lo incontro sempre al mattino presto quando vado a far colazione in mensa: magra come un chiodo, pantaloncini e felpa marrone chiara, io; camicia bianca a maniche corte e cravatta, lui, sempre. Mi domando dove vada e cosa faccia vestito così elegante nel mese di agosto. Non ricordo. W. e P. me li presenta A.; L., con la quale divido la stanza e le risate da due giorni, mi dice che P. è la nostra terza inquilina che io ho visto solo addormentata e voltata verso il muro: riconosco i capelli biondi. Mi presento a lei che è bella e sorridente, molto più grande di noi tutti e più fragile, mi sembra, e un po’ più triste. W. condivide lingua e origini con A. ma son così diversi. Stanno tornando tutti e quattro dalla Tate ed è quando io comincio a riempirli di domande che W. mi si accovaccia accanto e mi racconta, in due lingue fuse insieme, nessuna delle due è la mia

(se solo sapessi come e quanto questo cambierà nel tempo…)

eppure io capisco tutto: intesa. Mi racconta dei quadri, io annuisco e gli dico che mi è piaciuto quello ed anche l’altro, parliamo molto di Picasso e di Dalì, e di Van Gogh, mi pare: W. somiglia moltissimo a Van Gogh, in effetti, ma non glielo dico.

Non me le ricordo le frasi del discorso ma mi ricordo il suo sorriso e quello di A., più di tutto: me li sono andati a cercare in quello che ho fatto dopo, nelle parole che mi son messa in gola e dentro alla testa, nei suoni con i quali ho riempito la mia vita.

Eppure adesso sembra solo un film che ho visto un milione di anni fa.

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