La parte del torto.

Posted on 20 gennaio 2014

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Mi inginocchio a raccogliere. D’improvviso è solo silenzio intorno. Sollevo appena lo sguardo e percepisco che tutto si muove a rallentatore: le persone e le divise, il mio corpo e l’aria, anche, le nuvole…

Ma è un attimo, il tempo che impiego a recuperare concentrazione e chiarire a me stesso dove sono, cosa sto facendo e perché. La mano torna a obbedire all’istinto e afferra il sanpietrino che si era, istanti, secondi, l’eternità di un attimo prima, chinata a cercare e da lì tutto scorre automatico, acqua di cascata da una montagna altissima:

distendo le gambe e rimettendomi in piedi ruoto il busto verso destra e il braccio dello stesso lato che tiene stretta la preda si solleva sopra la testa e il sinistro simmetrico e armonico si posiziona perpendicolare al corpo dinanzi al torace per aiutare solidale compagno di lotta il lancio anelato

Sto per scagliare la preda in direzione della notte: blu è il mio bersaglio. Ma la notte si volta, percepisco i suoi occhi invisibili incollarmisi addosso e, immediata reazione, si specchia in me diventando essere umano anche lei e imitando, bastarda, del mio corpo i movimenti. Ne aggiunge però uno indispensabile a raggiungermi: muove le gambe nella mia direzione. Il mio braccio si blocca nell’aria e le gambe capiscono di dover prendere in mano la situazione e cominciano a correre: dobbiamo salvarci cazzo.

Il silenzio viene ingoiato da urla e da schianti di oggetti ed ossa frantumate. Sento il mio corpo muoversi veloce per la sopravvivenza ma il rumore del mondo restituisce di colpo il controllo alla mente che comincia a inveire alle gambe, alle braccia, al busto, ad ogni molecola di me in movimento:

“Che cazzo fai? Perché scappi? Sei tu che hai ragione, non loro, non lui: tu sei la cosa, la mano, la mente giusta. Non lui, non loro. Lui no”.

Così le mie carni inchiodano di botto e me ne sto lì frastornato nel tentativo di ritrovare l’equilibrio dopo la frenata brusca ma non ho tempo: un colpo alla nuca rende la gravità insostenibile e mi ritrovo in ginocchio, sollevo la mano svuotata dal masso (quando l’ho perso, lanciato, lasciato cadere?) verso il cuore che ha smesso di battermi dentro al petto e si è trasferito nella parte posteriore del craneo, da lì il braccio le comanda di compiere poi il cammino inverso e spostarsi davanti ai miei occhi: “mi aspettavo un altro tono di ros-

non concludo il pensiero ché un secondo colpo, più violento del primo, mi si scaglia assassino sulla tempia destra.

Di nuovo il silenzio, scuro stavolta.

Blu era la notte, mi ricordo, bambino, ma c’eran le stelle e io le vedevo.

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