L’esigenza di scrivere e poi la fuga.

Posted on 20 agosto 2014

19


Da quando mi è cambiata la vita mi pare invero di non essermene molto accorta.

Però mi sono accorta di aver smesso lo scrivere e forse, ancor più tragico, il leggere.

Poi però mi capita che cammino per la vita e vedo e penso cose e me le appunto mentalmente perché mi vien voglia di scriverci su e fissarle in una specie di cornice che ne impedisca l’oblio. Questa settimana ho preso nota di due cose: un ricordo e un’immagine.

Il ricordo è la cucina di casa mia, a Napoli, quando ancora era tutta cucina, prima che esistesse una mia stanza e con il grande tavolo a dividere l’angolo cottura dall’angolo divanotelevisione. Più precisamente il ricordo è la disposizione fissa che aveva la mia famiglia intorno al tavolo: mio fratello a capotavola, io e mio padre su un lato lungo di spalle ai fornelli, e mia madre, sola, di fronte a mio padre, di spalle alla televisione. Mi si spezza un poco il cuore solo a pensare che quell’ordine non ci sarà mai più. Me ne sono ricordata apparecchiando la tavola nella mia nuova casa di Madrid e mi sono chiesta perché la apparecchio tutta intera quando siamo in realtà solo io e M., mi è venuto in mente che a pranzo che non c’era mio padre, quando ancora io e mio fratello vivevamo a Napoli, si apparecchiava sempre mezza tavola, ma mai quando c’era mio padre, anche se si era solo in tre, perché a mio padre non piaceva che ci fosse la tovaglia a lasciare scoperta una metà del tavolo, allora ho pensato che forse è da lì che mi viene l’abitudine di apparecchiare sempre a coprire l’intera superficie di legno, seppur non ce ne sia tutto questo bisogno.

L’immagine è molto più attuale e tragica: nella piazza di Prosperidad, il quartiere in cui io vivo a Madrid, dove c’è la fermata della metro, ci sono delle panchine e delle piccole e tristi aiuole verdi; il quartiere è saturo di signore anziane che vivono con le rispettive badanti sudamericane. Tutte le sere le badanti e le anziane si riuniscono intorno alla panchine: le anziane sulle loro sedie a rotelle disposte in fila di fronte alla panchina in cui si siedono le giovani e nonpiùgiovani donne che si prendon cura di loro. C’è sempre una delle badanti che distribuisce patatine all’intero circolo in aperitivo: le vecchie madrilene e le prosperose latine sgranocchiano e chiacchierano e non so davvero cosa arrivino a dirsi.

Penso a mia nonna, alle mie nonne.

Poi mi domando se tutte loro, solo qualche anno fa, avrebbero mai immaginato come sarebbe stata la loro vita di lì a qualche tempo. Mi rattristo, poi però a guardar bene ci noto un sentore di serenità, in quell’eterogeneo consesso, e un morboso attaccamento alla vita, anche, che non sento mai mio.

Questo per dire che anche quando non scrivo, non voglio, fuggo, poi scrivo invece sempre, costantemente e traccio segni nella mia mente che mantengan fisse ed eterne certe piccole questioni.

Chi scrive, anche se non scrive, scrive sempre e inevitabilmente. 

Annunci