Ensayo.

Posted on 23 ottobre 2014

7


Mi sto cercando Fedra nelle scarpe, lungo le braccia e fin dentro ai ginocchi. Me la ricostruisco nella pelle e le presto la mia voce ma con un’altra lingua: un accento straniero che diventa il mio.

Mi cerco la sua vita nelle mani, i gesti, le movenze, un tirarsi di capelli che non m’appartiene, e ancora, e assai più duro, un senso di colpa, di pena, di castigo e pentimento.

Prima e più di tutto mi cerco il perdono in fondo al petto. Perdono che non ho mai chiesto per orgoglio, che non ho mai desiderato per egocentrismo, che non ho mai concesso per superbia.

Sul palco ci sono una, due e tre sedie, la mia è l’unica bianca, posta spalle al mondo. Mi cerco un modo per starci seduta, un movimento per riuscire a sollevarmi, un tono giusto con cui cominciare.

Grido. Alle mie spalle mi avvisano che è tutto trattenuto, allora grido più forte ed è un’altra rabbia quella che sento in gola.

La lingua cambia nome e presta suono alle mie parole di sconfitta: non la trovo, chiedo aiuto, avanzo a proscenio, abbandonando Fedra alle mie spalle. Mi inginocchio e Fedra mi è di fronte: urla una volta e un’altra le parole che prima io gridavo senza forza, tutte quelle parole che non son capace a dire, e sbatte forte il palmo sulle tavole ché mi rimbombano le ossa nella carne, e pianta i suoi occhi dentro ai miei a una distanza che non è più distante.

Così d’improvviso Fedra mi è davanti, mi vien da piangere perché ci sono io così presente ché la vedo eppure me la sto ancora cercando.

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