Carta conosciuta.

Posted on 12 novembre 2014

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Quel che ricordo dei miei sogni sono pareti foderate di libri: nessun bianco o guscio d’uovo, nessuna foto, quadro o sagome in pietra. Nei miei sogni c’erano i libri e i sogni di libri sono così infinitamente semplici e realizzabili.

Le pareti di carta dovevano essere scheletri per l’armatura della mia esistenza futura.

Io dovevo diventare carta stampata: un’esistenza di segni neri su sfondo bianco/avorio/grigio riciclato.

Il mio volto soppiantato da una copertina di un colore duro, non acceso, ma carico di orgoglio e passione.

Il mio corpo, un tascabile tutto contenuto in pochi centimetri e duecento pagine al massimo.

Nei miei sogni, ricordo, c’era una casa con muri di scaffali in legno scuro tutti pronti ad accogliere le uniche storie per le quali valga sul serio la pena spendere un’esistenza, le uniche parole che davvero riescono a sconfiggere qualsiasi solitudine dell’essere. Nei miei sogni io dovevo essere libraia, con mani di velluto soffice che non sgualcissero l’unico materiale fragile ed eterno nel quale ritrovo una ragion di vivere.

Quel che mi manca di Napoli è una stanza che ho costruito con anni e fatiche, fatta tutta di pareti in cellulosa. Quando mi ci ritrovo in quello spazio minimo e ristretto, che sarà ora e per sempre l’unica casa che potrò chiamare casa, sollevo lo sguardo a scorrere titoli, colori, nomi di autori e mi sorprendo nel toccar con mano tutte le storie che ho già letto fino a qui.

Lascio al loro posto tutte le parole già imparate e, di tanto in tanto, ad ogni passaggio con gli anni assai più raro, raccolgo tutti i versi che ancora non ho fatto scorrer tra le dita.

-“Sei proprio carta conosciuta”- mi dice A. sorprendendomi alle spalle -“Mi domando sempre: nel paese dove vivi non ci sono librerie?”

-“Certo, ma non ci sono libri che mi sfamano”

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